Giulia non esce la sera

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Giulia è un’istruttrice di nuoto in libertà vigilata e compromessa col mondo, Guido uno scrittore con una debole vocazione che cerca un coinvolgimento col mondo. Si incontreranno ai bordi di una piscina: lui vuole imparare a nuotare, lei non vuole affondare. Giulia ha una figlia adolescente che rifiuta il suo affetto e non le perdona di averla abbandonata, Guido una ragazzina introversa che si accompagna a Filippo, un coetaneo compassato che legge Kafka e ascolta Richard Anthony. Autore di libri che nessuno conclude, Guido proverà a dare senso e intenzione ai personaggi di un romanzo soltanto abbozzato e alle persone che abitano la sua vita mai spesa.
Sono passati cinque e lunghissimi anni dall’ultimo film di Giuseppe Piccioni, autore di un cinema sommesso e sempre discreto, luce degli occhi in una produzione nazionale (s)finita e prevedibile. È certamente ingiusto definire il valore di opere cinematografiche sulla base dello scarto che evidenziano nei confronti di altri film, eppure non si può negare che Giulia non esce la sera si imponga per la sua capacità di guardarsi attorno, di comprendere meglio ciò che accade (soprattutto) in Italia, di mettere in discussione l’identità dei personaggi e di uscire “dalla chiusura domestica”.
Giulia e Guido sono personaggi possibili che oscillano tra apertura e chiusura, sembrano sempre sul punto di aprirsi e di aprire ma poi ricadono nella “sicurezza” abitudinaria di una routine carica di solitudini e ostruzioni. Piccioni prova ad agevolare i rapporti e ad aprire varchi scegliendo, non a caso, un luogo-soglia liquido in bilico tra pubblico e privato. Le sue inquadrature privilegiano punti di vista che incorniciano Giulia e Guido davanti o dietro i vetri, fuori o dentro l’acqua, mettendo in contatto interno ed esterno. Ma la relazione si rivelerà per entrambi come un’occasione perduta, una tensione verso l’altro che si ripiega su se stessa e sul proprio inevitabile scacco.
Il Guido in sospeso di Valerio Mastandrea non riesce a intervenire sul mondo con la sua arte, è insofferente alle pratiche dell’editoria ma ugualmente le asseconda. Il suo scrivere è fine a se stesso e produce un surrogato di esperienza, non riproduce mai la sostanza delle cose. Giulia sopravvive come antidoto a una perdita di libertà e di maternità. Due vite lontane, le loro, eppure adiacenti ai bordi di una piscina. Il caso, in forma di lezioni di nuoto, costringe i loro corpi nello stesso elemento e le loro anime a fare i conti con tutto ciò che non hanno mai saputo o immaginato.
Piccioni scava con precisione e senza nessuna enfasi dentro la complessità della privazione (di maternità da una parte e di creatività dall’altra) di Giulia e di Guido, differentemente percepita, elaborata, disprezzata. Il film si insinua nei segni che dicono la difficoltà di una vita da vivere ancora e nonostante tutto. A raffreddare l’emozionalità calda del frangente e l’attimo della definitiva costrizione dei protagonisti a un destino che hanno volontariamente scelto per loro c’è l’acqua, l’acqua che fluidifica il rapporto dopo un lungo corteggiamento. Ma la loro storia, abortita o assoluta, non andrà oltre l’istantaneità dell’attimo e non si dibatterà contro la propria dissoluzione.
L’unico movimento possibile è il moto oscillatorio, avanti e indietro, dentro (Giulia) e fuori (Guido), senza nessuno spostamento reale. Senza la capacità di uscire dal proprio io e dal proprio disagio, senza la volontà di aprirsi al contatto col mondo fuori e con l’altro. Fonte Trama

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