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Adam è un giovane ingegnere elettronico che realizza giocattoli per una fabbrica. La sua passione è l’astronomia. Il suo destino sembra essere la solitudine perché è afflitto dalla sindrome di Asperger. Si tratta di una forma di autismo che inibisce al soggetto la possibilità di comprendere le reali intenzioni del prossimo al di là delle apparenze. Un giorno, nel locale della lavanderia, incontra Beth, una scrittrice di libri per bambini che insegna in una scuola. Potrebbe nascerne una storia a due. Ci sono dei piccoli film che all’inizio sembrano ripercorrere strade già ampiamente battute. È il caso di Adam in cui i due protagonisti si incontrano portando in sé molte buone ragioni per non credere nella possibilità di un rapporto con l’altro. La vicenda, anche qui con la sensazione del deja vu, sembra poi indirizzarsi verso il più classico degli happy end del filone ‘disabile sullo schermo’. Ma non è così e non è vero neppure il contrario. Perché il film di Mayer (grazie anche alla notevole prestazione di Hugh Dancy e di Rose Byrne) imbocca invece la strada di una ricerca che si lascia alle spalle il romanticismo prevedibile per addentrarsi nella più complessa ricerca di cosa significhi amare e lasciarsi amare. Fonte trama

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