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I primi anni del secolo scorso le autorità australiane dovettero affrontare due problemi di difficile soluzione. Il primo era l’abnorme proliferare dei conigli, introdotti dagli europei assieme ad altri flagelli come la varicella o il comune raffreddore, e il secondo era costituito dalla nascita dei meticci procreati dagli accoppiamenti tra bianchi ed aborigeni. Il primo problema fu risolto costruendo una recinzione che attraversando il continente da Nord e Sud (la Rabbit Proof Fence, che dà il titolo originale al film) impediva ai conigli di razziare le terre coltivate; il secondo problema fu risolto deportando i piccoli “mezzosangue” in colonie, una sorta di campi di rieducazione, dove venivano “preparati alla loro nuova vita nella società dei bianchi” e, soprattutto, permettendo loro di avere rapporti sessuali solo con “esemplari” di razza bianca. In tal modo, si assicurava la costante depurazione, di generazione in generazione, della loro componente aborigena. “La generazione rubata” di Phillip Noyce tratta della storia vera di tre bambine-raccontata in un romanzo dalla scrittrice Doris Pilkington Garimara-che, allontanate dalle loro famiglie e deportate nel campo di Moore River, riescono a fuggire e a tornare dalle proprie famiglie soprattutto grazie alla tenacia ed all’astuzia di Molly (Everlyn Sampi) la più grande delle tre bambine.